10 riflessioni (+bonus) per viaggiare con i bambini senza farsi prendere dal panico. Niente ricette miracolose, solo esperienza vissuta. Pensieri sinceri, ironici e testati sul campo per aiutare altri genitori a viaggiare con più serenità e meno ansia da prestazione.
Ci stiamo accingendo tutti ad andare in viaggio. C’è chi partirà per il mare, chi per la montagna, chi salirà su un aereo e chi macinerà chilometri in auto con la domanda “Quanto manca?” destinata a diventare la colonna sonora delle vacanze.
Questa volta, però, la redazione di FamilyGO mi ha chiesto una cosa diversa dal solito. Non di raccontare una destinazione, ma di condividere un po’ di retroscena del viaggiare con i bambini. La felicità, certo. Ma anche qualche fatica. Perché dietro un tramonto, una foto di famiglia con volti felici o un castello da fiaba c’è sempre una famiglia vera, con i suoi entusiasmi, le sue stanchezze e qualche inevitabile momento di sconforto.
Prima di iniziare, però, un piccolo disclaimer.
In questo articolo non troverete principi montessoriani, teorie pedagogiche o strategie elaborate da psicologi dell’età evolutiva. Per quelle ci sono i professionisti.
Qui troverete semplicemente quello che abbiamo imparato noi: una famiglia composta da due adulti, due bambine di 5 e 9 anni e una smisurata voglia di scoprire il mondo insieme.
Perché spesso ci sentiamo dire: “Ma come fate?”. “Siete degli eroi”. “Io non ce la farei mai”. La verità è che non siamo eroi. Siamo una famiglia normalissima che, a un certo punto, ha deciso di partire lo stesso.
Spero che queste riflessioni possano aiutarvi, anche solo un po’, a vivere le prossime vacanze con maggiore serenità. Non perché siano le migliori, ma perché sono le nostre, prese pari-pari da vita reale.
1. Il viaggio inizia quando il programma cambia
Se c’è una cosa che i viaggi con le bambine mi hanno insegnato è questa: il programma perfetto esiste solo finché è su un file word e finché non si chiude la porta di casa.
E ve lo dice una che, nella vita, è un’organizzatrice seriale. Mi piace pianificare. Sapere dove andremo, quanto durerà il tragitto, dove parcheggeremo, cosa visiteremo, dove mangeremo. Mi tranquillizza. Mi fa sentire preparata.
Poi sono diventata mamma. E ho dovuto imparare – e vi assicuro che ci sto ancora lavorando – a fare pace con una parola che non mi è mai piaciuta particolarmente: imprevisto.
Perché gli imprevisti arrivano. Sempre. La febbre a 38° appena arrivati a Bruxelles. Un virus intestinale a Málaga, in appartamento, con noi a fare lavatrici alle tre di notte sperando che il giorno dopo andasse meglio. Un improvviso calo di zuccheri in Boemia Meridionale, due ore prima della prima attività del viaggio. Ricordo ancora le bustine di zucchero e il tè al limone recuperati dal buffet della colazione, una figlia stesa sul letto con le gambe all’aria e noi che ci guardavamo chiedendoci: “E adesso?”.
Sul momento vi sembrerà la rovina della vacanza. Davvero. Vi verrà da pensare che tutto il programma sia andato all’aria, che quel viaggio tanto atteso sia ormai compromesso. Poi passano le ore e tutto si risolve. Poi passano i mesi e quelle stesse scene diventano i racconti che fate agli amici ridendo fino alle lacrime.
Non cercate vacanze senza imprevisti. Cercate il modo di attraversarli insieme e affidatevi anche all’improvvisazione (A Bruxelles il programma è stato completamente riscritto dalla febbre: papà e figlia piccola in hotel a riposare, io e la grande in missione esplorazione tra Bruges e dintorni).
2. Non siamo eroi. E neanche voi dovete esserlo
Non siamo una famiglia perfetta. Partiamo quando il lavoro ce lo permette e quando riusciamo a incastrare tutti gli impegni della vita quotidiana. Arriviamo stanchi, perdiamo la pazienza, ogni tanto discutiamo. Le bambine si lamentano, noi ci chiediamo chi ce l’abbia fatto fare e ci sono giornate che sembrano una continua corsa contro il tempo.
Poi, però, succede sempre qualcosa che rimette tutto a posto. Una risata all’improvviso. Un panorama che ci lascia senza parole. O semplicemente la consapevolezza che, mentre siamo lì a vivere quel momento, stiamo costruendo dei ricordi familiari, qualcosa che resterà con noi molto più a lungo della vacanza stessa.
Credo che oggi il problema più grande sia il confronto. Scorriamo i social e vediamo famiglie sempre sorridenti, bambini impeccabili, cieli azzurri e vacanze che sembrano uscite da una pubblicità.
Ma ricordiamoci che le fotografie raccontano un istante. Non raccontano il litigio scoppiato dieci minuti prima (#truestory). Non raccontano il “Non ho voglia di camminare”. Non raccontano il panino trangugiato di fretta, in piedi, perché qualcuno doveva andare urgentemente in bagno.
Per questo mi sento di dirvi una cosa. Ridimensionate le aspettative. Non cercate la vacanza perfetta. Cercate la vostra. Quella che assomiglia ai vostri figli, ai vostri ritmi, ai vostri limiti e al vostro modo di stare insieme.
Perché ogni famiglia viaggia in modo diverso. E va benissimo così.
3. Non sottovalutate fame, sete e stanchezza
Ho letto e scritto tanti articoli che spiegano come intrattenere i bambini in viaggio.
Io posso solo dirvi cosa funziona per noi. Una playlist che conosciamo a memoria. Una borraccia sempre piena d’acqua. Qualcosa da sgranocchiare. Fogli, pennarelli, libri, quaderni.
Da me non leggerete mai che il tablet è il male assoluto. Semplicemente non è il nostro modo di viaggiare. E, diciamolo, non abbiamo nemmeno abbastanza giga per far guardare cartoni per ore!
Quello che invece ho imparato è che fame, sete e stanchezza sono una miscela esplosiva. Vale per i bambini… ma anche per noi adulti. Perciò sì, dopo due ore di macchina accompagnate da “Quanto manca?”, “Quando mangiamo?” e “Mi annoio!”, va benissimo fermarsi al primo autogrill e comprare un sacco gigante di patatine.
Le briciole finiranno ovunque. I sedili conserveranno improbabili impronte unte per mesi, ma una patatina dell’autogrill non ha mai rovinato un’infanzia.
4. Valigie in anticipo e kit di sopravvivenza

Confessione. Io le valigie inizio a prepararle almeno due giorni prima della partenza. Le apro. Metto dentro le prime cose. E poi le lascio lì, aperte, in una stanza di casa, perché so già che nelle successive 48 ore mi verranno in mente almeno dieci cose che avevo completamente dimenticato. E puntualmente succede.
Negli anni abbiamo costruito anche una piccola lista “sacra”, quella delle cose che partono sempre con noi: caricabatterie, adattatore, power bank, borracce, k-way (sì, anche al mare), libri, quaderni, astuccio, una piccola farmacia portatile, salviettine umidificate, documenti, crema solare 50 e qualche tabs per lavatrice e lavastoviglie, che negli appartamenti ci hanno salvato più volte, e… i fermenti lattici.
Sarà che, a forza di viaggiare, abbiamo imparato che il nostro intestino è molto più sensibile del nostro entusiasmo. E così, qualche giorno prima di partire, iniziamo sempre un piccolo ciclo per tutta la famiglia. Funziona sempre? Non ne ho idea. Ma psicologicamente ci fa partire più sereni. E già questo, secondo me, vale metà del viaggio.
Una volta preparata la valigia con il kit di sopravvivenza, tutto il resto è molto più semplice. E se qualcosa dovesse rimanere a casa? Pazienza, ci sono negozi e supermercati in tutto il mondo.
5. L’entusiasmo si prepara
C’è una cosa che facciamo sempre, prima di iniziare una nuova giornata di viaggio. La raccontiamo. Non nei minimi dettagli, naturalmente. Guai a togliere il gusto della sorpresa. Ma cerchiamo di creare aspettativa e sicurezza.
“Prima faremo colazione, poi prenderemo il treno, dopo visiteremo un castello e nel pomeriggio ci aspetta una passeggiata nel bosco”.
Bastano poche parole. Per noi è un modo per organizzare la giornata. Per le bambine significa sentirsi coinvolte. Sapere cosa le aspetta le rende più serene e, soprattutto, molto più partecipi.
Credo che i piccoli abbiano bisogno anche di questo: sentirsi parte del viaggio, non semplicemente trascinati da un posto all’altro.
E poi, diciamolo, un po’ di hype funziona sempre.
L’entusiasmo è contagioso. Più lo condividiamo, più cresce.
6. I bambini si adattano molto meglio di noi
I bambini hanno bisogno delle loro abitudini. È vero. Ma credo abbiano anche una straordinaria capacità di adattarsi, se noi per primi trasmettiamo serenità.
Lo abbiamo capito durante un viaggio in Romania. Quindici giorni. Sette alloggi diversi. Io ero convinta che, prima o poi, l’allora primogenita 3enne avrebbe protestato. Invece ogni sera ci faceva sempre la stessa domanda: “Dove dormiamo questa notte?”. Per lei cambiare appartamento era un’avventura, un gioco, una sorpresa.
Ma non si adattano solo ai luoghi. Si adattano anche a ciò che noi adulti, troppo spesso, viviamo come un ostacolo. Un temporale improvviso, ad esempio. Mentre noi iniziamo a fare calcoli, a cercare un riparo e a pensare a come stravolgere il programma, loro vedono un’occasione per saltare nelle pozzanghere, correre sotto la pioggia e ridere. È successo anche a Trois-Rivières, in Canada: quella che per noi sembrava una giornata “rovinata” si è trasformata in una delle più divertenti del viaggio, a rincorrersi sull’asfalto bagnato, felici di sentire l’acqua addosso.
Ed è lì ho capito che, molto spesso, siamo noi adulti ad avere più paura del cambiamento. Loro, se si sentono al sicuro (e qui giochiamo un ruolo importante noi adulti), riescono a stupirci con una naturalezza incredibile.
I bambini si adattano molto meglio di noi. Basta dare loro il tempo e la fiducia per farlo.
7. Tanto amore. Ma anche tanta fermezza
Viaggiare non significa mettere in pausa l’essere genitori. Anzi. Forse significa esserlo ancora di più.
Ci sono giorni in cui tutto fila liscio e altri in cui i “No” superano i “Sì”. Giorni in cui bisogna aspettare il proprio turno, camminare ancora cinque minuti anche se la voglia è finita, entrare in un museo prima del gelato promesso. E va bene così.
Credo che i bambini abbiano bisogno di sapere che anche in viaggio esistono dei confini. Non per togliere spontaneità alla vacanza, ma perché quei confini li fanno sentire al sicuro.
Noi cerchiamo di farlo con tanto amore, ma anche con altrettanta fermezza. Senza trasformare ogni giornata in una trattativa infinita, ma senza dimenticare che stiamo vivendo qualcosa di speciale insieme.
E, a dirla tutta, spesso sono proprio loro a sorprenderci. Perché quando si sentono ascoltate, coinvolte e rispettate, riescono a essere molto più collaborative di quanto immaginiamo.
L’amore mette le ali. La fermezza dà la direzione.
8. Create i vostri piccoli rituali
Se mi chiedessero qual è il ricordo più prezioso che porto a casa da ogni viaggio, probabilmente non parlerei di un panorama o di un museo. Parlerei di una conversazione.
Ogni sera, prima di addormentarci, facciamo una cosa semplicissima. Ci raccontiamo, a turno, le tre cose che ci sono piaciute di più della giornata. Può essere un castello. Un gelato. Un animale incontrato lungo un sentiero.
La cosa più bella è che quasi mai scegliamo le stesse. Ed è proprio lì che scopriamo come ognuno di noi abbia vissuto quella giornata in modo diverso. Provateci. Vi accorgerete che i bambini notano dettagli che noi adulti ci perdiamo continuamente.
Le tradizioni di famiglia nascono anche lontano da casa.
9. Scrivete il vostro viaggio

Ogni viaggio lascia qualcosa. Il problema è che, con il tempo, i ricordi sfumano. Per questo adoro l’idea del quaderno di viaggio.
La figlia più grande ha iniziato a scrivere piccole storie ispirate ai luoghi che visitiamo. Io, invece, continuo a conservare biglietti e mappe raccolti durante i viaggi, piccoli oggetti che riescono a riportarmi esattamente in quel momento.
Anzi, vi confesso una cosa. Se questa idea piacerà anche alla community di FamilyGO, prometto di preparare un piccolo quaderno di viaggio da scaricare e stampare prima delle vacanze per “imprimere” ricordi. Credo che possa diventare un bellissimo compagno di avventure.
Scrivere un viaggio significa viverlo due volte.
10. Non smettete mai di meravigliarvi
Ho lasciato questa riflessione per ultima perché è quella a cui tengo di più. Mi entusiasmo ed emoziono facilmente. Davanti a un tramonto. Dentro un museo. In un mercato di fiori. Passeggiando per una città (non si contano neanche le volte in cui dico “qui ci abiterei”), entrando in una foresta.
Sono una tenerona, e ogni tanto mi vengono perfino gli occhi lucidi. Le bambine ormai mi conoscono. Mi prendono un po’ in giro, sorridono e mi dicono: “Mamma, ti stai emozionando di nuovo?”. E hanno ragione. Perché credo che la meraviglia sia una delle cose più preziose che possiamo insegnare ai nostri figli.
Non importa quante capitali visiteranno, quanti castelli vedranno, quanti chilometri percorreranno. Spero che, diventando grandi, si ricorderanno soprattutto di questo: di guardare il mondo con stupore.
E se un giorno, davanti a un tramonto, verranno anche a loro gli occhi lucidi… beh, allora penserò di aver fatto qualcosa di buono.
Se vi emozionate voi, impareranno a emozionarsi anche loro.
Punto bonus: Se dovessi aggiornare il mio CV…
Ogni tanto ci penso davvero. Se dovessi aggiornare il mio curriculum dopo tutti questi anni di viaggi con due bambine, probabilmente non inizierei scrivendo “giornalista”.
Inizierei con altro: esperta nella gestione delle crisi. Ottime capacità di problem solving. Spiccata attitudine alla negoziazione. Organizzazione e logistica. Resistenza allo stress.
Eh sì, viaggiare con i bambini insegna tutto questo. Insegna a cambiare programma in cinque minuti perché è arrivata la febbre. A trovare una farmacia e chiedere un antipiretico in un’altra lingua che non è la tua, in una città che non conosci.
A mediare una discussione sull’unico pennarello che entrambe volevano utilizzare in quel preciso istante. A trovare una soluzione quando la soluzione, apparentemente, non c’è.
E poi ci sono quelle competenze (anche fisiche) che nessun recruiter inserirà mai tra i requisiti di un’offerta di lavoro. Cambiare un pannolino su un fasciatoio di fortuna installato nel bagagliaio dell’auto in un parcheggio sperduto sul Gran Sasso. Pedalare una cargobike pesante mai provata prima. Trasportare in braccio bambine addormentate su e giù per le vie di capitali europee. Riconoscere i sintomi della fame ancora prima che si trasformino in una crisi diplomatica internazionale. Capire, dal tono con cui viene pronunciato un semplice “Mamma…”, se sta per arrivare una richiesta innocente o l’inizio di una trattativa lunga chilometri.
E sapete qual è la cosa più bella? Che tutte queste competenze me le porto a casa. Sul lavoro. Nella vita di tutti i giorni. Nei rapporti con gli altri.
Viaggiare con i bambini ci rende persone un po’ più elastiche, un po’ più pazienti, un po’ più capaci di trovare soluzioni quando le cose non vanno come avevamo immaginato. E, forse, anche un po’ migliori.
Il viaggio più bello, alla fine, è quello che cambia noi.
Un’ultima cosa, prima di salutarci
Se siete arrivati a leggere fin qui, forse state davvero per partire.
Vi auguro di tornare con qualche vestito da lavare, un po’ di sabbia nello zaino, tante fotografie e almeno un episodio che, sul momento, vi farà venire voglia di prenotare un biglietto di sola andata per casa. Ridete anche di quello. Un giorno sarà il ricordo che racconterete più spesso. Buone vacanze.
E buon viaggio, soprattutto.
Post scriptum: a un certo punto arriva l’adolescenza. E qui è dove vi diamo i consigli utili per viaggiare con gli adolescenti.
Copyright FamilyGO. Foto: M. Grotto







